venerdì 23 dicembre 2011

La battaglia dei genocidi


Si ritorna a parlare di genocidio armeno. Ormai è passato quasi un secolo da quel tragico evento che ha macchiato la storia della Turchia alla rincorsa della modernità. La decisione dell'Assemblea Nazionale francese di punire chiunque neghi la strage del 1915 ha scatenato le ire di Erdogan che ha ritirato il proprio ambasciatore e per ripicca ha accusato i francesi di aver fatto piazza pulita di algerini durante il dominio coloniale. L'iniziativa francese, per quanto lodevole voglia essere, può essere letta anche come semplice tattica elettorale che guarda alle imminenti presidenziali e tocca un tasto caro ai francesi quale l'opposizione all'ingresso della Turchia nell'Ue.
Rimane però la questione essenziale: perché il governo di Ankara si ostina tanto a negare un orrore che non è neppure responsabilità dell'odierna Repubblica quanto dell'estinto Impero ottomano? In fondo nella Turchia di oggi sopravvive ancora qualche riflesso dei fantasmi che hanno spinto verso il dramma tristemente noto.
Uno di essi è l'attuale nazionalismo turco che ha origine alla fine dell'Ottocento in aperto contrasto con il multiculturalismo che agli occhi di alcuni era stata la causa principale dell'indebolimento del sultanato. In un'epoca quale il XIX secolo, caratterizzata da nazionalismi tendenti all'omogeneità, la tolleranza verso le minoranze veniva considerata un elemento destabilizzante e soggetto ad essere sfruttato a vantaggio di potenze vicine, come aveva fatto la Russia con il suo panslavismo per frammentare la vecchia Turchia Europea.
La prima contromisura dei turchi fu di ricompattare ciò che rimaneva dell'impero attraverso la "turchicità", una sorta di assimilazione culturale spinta all'estremo durante la Grande Guerra, quando gli armeni vennero sospettati di fomentare rivolte per riunirsi ai loro confratelli russi e per questo furono deportati con la forza per impedire ulteriori frammentazioni territoriali.
E qui si ricollega il secondo spettro, quello dell'integrità nazionale, che potrebbe spiegare anche la dura lotta contro i curdi nelle regioni orientali, le quali neanche a farlo apposta sono adiacenti o corrispondenti alle aree maggiormente interessate dal genocidio del 1915. Chissà quanto tempo passerà ancora prima che la faccenda si possa dire conclusa. Di certo un paese che non fa i conti con il suo passato è un paese che non conosce veramente se stesso.

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