martedì 3 dicembre 2013

Solitudine pop


Una scena tripartita, che per qualche strano cortocircuito mentale riporta agli occhi il Pagamento del tributo di Masaccio, unico affresco sul quale sono rappresentate tre scene che si svolgono in tempi diversi, una sorta di fumetto ante litteram. L’ambientazione invece ricorda l’America di Edward Hopper: casetta bianca, pompa di benzina, aria vagamente fifties e luce straniante. Ed è forse proprio Hopper la chiave di lettura giusta per Sangue sul collo del gatto (qui il trailer), testo del 1968 di Rainer W. Fassbinderdel 1968, messo in scena all’Elfo Puccini di Milano dal 27 novembre al 1 dicembre 2013 dall’Accademia degli Artefatti.







Phoebe Zeitgeist, aliena con sembianze umane, ma bizzarre, a metà tra una drag queen dai tacchi alti e dai colori sgargianti e un’elegante signora in tailleur di raso, si ritrova sulla terra. Non capisce il linguaggio umano, ma ne apprende le parole, le frasi fatte che i protagonisti scagliano contro il pubblico nei loro monologhi. Tutto il dramma sembra essere costruito da monologhi, anche quando i personaggi dialogano tra di loro e quando le vicende di cui narrano si intrecciano e sovrappongono. Phoebe osserva, assorbe le parole, sembra non essere vista dagli altri personaggi, che appunto sembra vedano solo loro stessi. Alla fine Phoebe impara le parole, le frasi, le ripropone, ma totalmente decontestualizzate, aumentando l’effetto di straniamento che le “solitudini parallele” dei personaggi causano. Alla fine anche Phoebe è sola, come tutti. Ciò che lei fa è semplicemente rendere esplicito che le parole anche se vengono sentite, non vengono ascoltate. Il messaggio, ciò che c’è dietro al suono, alla fine non viene recepito. Ed eccoci allora tornare ai dipinti di Hopper, pervasi di silenzio e solitudine.
La domanda che Fassbinder e Hopper sembrano porci è “Che senso ha allora comunicare, se tanto siamo comunque soli? Se alla fine con tutte le parole che conosciamo non riusciamo a comunicare?”. A noi la risposta, la sfida di dimostrare che non sempre è così.


L’Accademia degli Artefatti riesce a farci immergere in questo clima surreale e negativo, senza essere pesante, senza farci annoiare. Contribuisce la scenografia, vera eccellenza dello spettacolo, dominata dalla casetta di legno bianca, che si apre e si gira, facendoci vedere l’interno, sempre diverso, e l’esterno, rappresentando di volta in volta una realtà diversa. La musica, in parte dal vivo, spazia dagli anni ’50 alla musica elettronica e con sapienti pennellate mette gli accenti giusti allo spettacolo.

Che dite, accettiamo la sfida?

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